LA PROMESSA

Il Romanzo di Gianlivio Fasciano

Romolo e Giovanna.

“Sono e mi chiamo Romolo Di Meo, nato a Mastrogiovanni e registrato in Comune l’11 agosto 1921 da Simone Di Meo e Gloria Verrecchia. Ho le orecchie a sventola, le mani grandi e il naso pizzuto.

Giovanna, che un po’ somigliava alla sua cavalla, era perfetta per me.

Ma lei questa cosa non la sapeva. La scoperse anni dopo.

Comunque la sua cavalla era tutta bianca con una macchia nera sputata sulla fronte. In paese, e pure a Lagoni per la verità, dicevano che solo lei in tutta la valle era riuscita ad ammansirla e a tenerla al trotto.

Insieme scorrazzavano per tutti i paesi della valle, da Filignano a Cerasuolo, passando per Venafro e Acquafondata”.

La Guerra.

Natale del 1943. I militari cattolici di una divisione di fanteria marocchina partecipano alla messa insieme ai prigionieri austriaci. Hanno le mani dietro la schiena o sui fianchi. Chissà a cosa pensavano davvero. Come si chiamavano. Da dove venivano. Cosa avevano nelle tasche.

La chiesa è quella di Cerasuolo, che sta sopra Caserta, sotto la Ciociaria riuscendo a scansare l’Abruzzo. La stessa chiesa è stata sfondata dalle bombe inglesi ed americane. Come ogni altra cosa per chilometri. Cerasuolo, Picinisco, Atina, Mastrogiovanni, Cassino.

Sono posti come tanti altri. Sfondati come tanti altri quando c’è la guerra. Nella foto non vedo civili. E non possono esserci perché i vecchi e le donne rimaste vive dopo i bombardamenti sono scappati sulle montagne. Non in cima perché ci sono due cecchini tedeschi che sparano ogni tre e quattro.

Solo che la fame e il freddo sono meglio degli occhi brillanti e allucinati dei marocchini e della lama che svirgola lungo la gola.

«Avrei voluto alzare le mani e arrendermi, dire che ero solo un pastore di Mastrogiovanni anche se tenevo un fucile sulla spalla»

- Romolo Di Meo

Trieste e la nostalgia di casa.

“Perché a essere bella era bella che a sentirlo dire a tutti sembrava di stare all’Austria o alla Jugoslavia a seconda di chi trovavi.

Ma io all’Austria e alla Jugoslavia non ci sono mai stato. Però una cosa la posso dire. I tram andavano e venivano. Io ci salivo sopra dicendo «Militare» al controllore che mi faceva passare mentre i ragazzi greci diretti al liceo ripetevano la lezione e gli impiegati sloveni si portavano dietro il profumo della grappa appena bevuta anche se era primo mattino.

E mentre succedeva questo, mentre mi sentivo in un tamburo che batteva, avvertivo la presenza delle navi che non tenevano requie. Passavano e spassavano con gli scaricatori che strillavano in una lingua che conoscevano solo loro.

Anzi no, gridavano e fischiavano lingue sempre diverse. E se la posso dire una cosa pareva che fossero tutti parenti nostri. Miei, di Impallomeni e Capaldi e di quegli altri migliaia di sfessati che la notte si coricavano nella caserma di San Giusto e faticavano da mattina a sera senza finire mai”.



Gianlivio Fasciano.


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