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Luciana Esposito: A Ponticelli non è nu juorno buono.

A Ponticelli non è nu juorno buono: l’ennesima faida di camorra trasforma il quartiere in un campo di guerra

Una nuova vittima innocente della camorra

Antimo Imperatore aveva 56 anni, viveva a Ponticelli da 40 anni. Originario di Pozzuoli, si era trasferito nel quartiere della periferia orientale di Napoli per amore della donna che poi è diventata sua moglie. 

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Padre di due figlie, nonno e lavoratore instancabile, nel “Rione Fiat”, lo conoscevano tutti. Era il factotum del rione, non si tirava mai indietro quando c’era un rubinetto da aggiustare o un piccolo lavoro di manutenzione da effettuare. Talvolta neanche lo pagavano, lui di certo non avanzava pretese, chiedeva “qualcosa a piacere”, “un pacchetto di sigarette”. Una frase che nel gergo masticato in certi rioni è sinonimo di dignità ed umiltà. Qualche spicciolo, una decina di euro, per l’appunto, i soldi necessari per comprare un pacchetto di sigarette. 

La mattina del 21 luglio, poco prima delle 10, mentre era intento a montare una zanzariera per racimolare il solito “Pacchetto di sigarette”, Antimo ha aperto la porta alla morte. 

Non poteva sapere che Antonio Pipolo, un 37enne abitante del rione contiguo al clan De Micco-De Martino, aveva bussato alla porta del basso che il 29enne Carlo Esposito detto “Kallon” stava ristrutturando grazie al suo aiuto, per rendere esecutiva una sentenza di morte. 

Antimo conosceva Anthony, così lo chiamavano tutti nel rione Fiat. 

E Anthony conosceva Antimo. 

Non si aspettava che fosse lui ad aprirgli la porta.

Un imprevisto che ha dato il via ad un vortice disastroso di eventi. 

Anthony ha dapprima sparato ad Antimo, sull’uscio della porta, per poi portarsi all’interno dell’appartamento, e uccidere un suo amico, affiliato al suo stesso clan. 

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Carlo Esposito detto “Kallon"

Non se lo aspettava “Kallon” che è morto mentre stringeva un trapano tra le mani. 

Era stato scarcerato da poco, “Kallon” e aveva iniziato subito “la scalata al potere”. Estorsioni, droga. In poco tempo era riuscito a conquistare la fama del ras, lasciando inascoltato l’accorato appello della madre che mentre era in carcere ha cercato in tutti i modi di convincerlo ad andar via da Napoli, perché il cuore di una mamma è puntualmente capace di leggere i pericoli anzitempo. Il cuore di una mamma, certi presagi, li percepisce con viva apprensione.

L’omicidio di “Kallon” doveva rendere esecutiva un’epurazione interna e invece ha innescato un vortice imprevedibile di eventi.

Il killer Anthony Pipolo.

La morte di un 56enne estraneo alle dinamiche camorristiche, il pentimento del killer, Anthony Pipolo.

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Poche ore dopo l’omicidio, Pipolo si è costituito recandosi direttamente in procura. 

Il piano di protezione per i parenti è scattato subito e così sono stati costretti ad andar via da Ponticelli.

La casa di Pipolo è stata già occupata da un’altra recluta e seppure sulle trame della malavita locale aleggi la pesante insidia insita nell’ennesimo pentimento di una pedina cruciale dello scacchiere camorristico, la faida per il controllo del territorio prosegue spedita, facendo schizzare alle stelle paure e pericoli. 

 

La recente scarcerazione di Christian Marfella, figlio del boss di Pianura Giuseppe Marfella e della lady-camorra di Ponticelli Teresa De Luca Bossa, la prima donna detenuta al 41 bis, ha galvanizzato notevolmente le velleità dei De Luca Bossa. 

Detenuto ai domiciliari e monitorato a distanza con il braccialetto elettronico fino a settembre, Marfella è un camorrista temprato, a fronte della sua giovane età. Quando era poco più di un ragazzino ha palesato in maniera eclatante la volontà di seguire le orme del fratellastro, Antonio De Luca Bossa, l’autore del primo attentato stragista con autobomba in Campania, tatuandosi sul collo il suo soprannome: “Tonino o sicc”, come se il vincolo di sangue che lo lega a una delle famiglie camorristiche di primo ordine dell’ala est di Napoli sia un lussurioso collier da sfoggiare con orgoglio. 

Pochi giorni dopo la scarcerazione di Marfella, una “Paranza di bambini”, ha sfidato i rivali del clan De Micco-De Martino facendo irruzione in viale Margherita esplodendo diversi colpi d’arma da fuoco nei pressi di un bar. Di sabato pomeriggio, lungo una delle strade principali del quartiere, sprezzanti della presenza di tantissime persone. Un commando composto da quattro giovanissimi in sella a due scooter, tra i quali spicca anche un minorenne, oltre al secondogenito di Tonino ‘o sicc, Emmanuel, che aveva finito di scontare i domiciliari da circa due settimane. 

Per gli inquirenti è stato facilissimo identificarli, soprattutto perché quell’azione cruenta l’hanno eseguita sfrecciando tra le strade del quartiere a volto scoperto. Le immagini dei sistemi di videosorveglianza delle attività commerciali presenti lungo la strada hanno immortalato i volti degli artefici di quel raid che hanno esploso una raffica di colpi ad altezza d’uomo per 60 metri. 

I baby-killer sono stati traditi anche dai tatuaggi in bella mostra e comparati con le foto estrapolate dai loro profili social. 

Un’azione scellerata che consegna l’istantanea più veritiera del dramma che silenziosamente si respira tra le strade di Ponticelli.

Poche ore dopo, i rivali del clan De Micco-De Martino hanno schernito quel raid sui social network con una frase eloquente: “siete stati capaci di far indossare i giubbotti antiproiettile ai piccioni”, accompagnata da una sonora risata. 

È la faida di ragazzini che giocano ad emulare il mito distorto di “Gomorra”, tra le strade della vita reale. E lo fanno con fiera inconsapevolezza, servendosi di qualsiasi mezzo e poco importa se questo significhi “lasciare tracce” che si tramutano in gravi indizi di colpevolezza.

Alla replica virtuale ha fatto immediatamente seguito quella reale: i De Micco-De Martino hanno fatto irruzione nel Lotto O, il fortino dei De Luca Bossa e hanno “sparato nel mucchio”, all’esterno di un centro scommesse, frequentato dalle giovani reclute del clan ferendo superficialmente un ragazzo.

A partire da quella sera, il quartiere è ripiombato nell’inquietante consapevolezza che i clan in lotta per il controllo del territorio non sono disposti ad indietreggiare e che pertanto sono tornati ad impugnare le armi.


Poche ore prima del duplice omicidio in cui ha perso la vita anche il 56enne Antimo Imperatore, un blitz ha fatto scattare le manette per i quattro artefici del raid in viale Margherita. Un’indagine-lampo che nell’arco di meno di 20 giorni ha tradotto in carcere tre dei quattro membri del commando. Il minorenne si è reso irreperibile. 

Si tratta di un 15enne che ha saputo guadagnarsi una fama temibile. Un ragazzino cinico e senza scrupoli, capace di uccidere a sangue freddo.

Con i De Luca Bossa indeboliti dagli arresti e i De Micco-De Martino imbrigliati in beghe interne e soprattutto scioccati dal clamoroso pentimento di una recluta, il buon senso lasciava intravedere l’incipit di una pax armata. 

E invece no.

Mentre i parenti di Pipolo lasciavano Ponticelli sotto protezione, le logiche della camorra hanno immediatamente ripreso il sopravvento. 

Due auto incendiate nel fortino dei De Luca Bossa, una “stesa” nelle case popolari di Caravita. 

Fino all’azione dimostrativa andata in scena nel cuore della notte scorsa, a suon di bombe. 

Il primo ordigno è esploso alle 00.55 lungo via Virginia Woolf, una strada costeggiata da palazzi, a pochi metri dalla stazione dei vigili del fuoco. I condomini sono soliti parcheggiare l’auto in strada. La bomba è stata piazzata proprio sotto una delle auto in sosta. L’esplosione ha mandato in frantumi il vetro di un palazzo adiacente, mentre le fiamme hanno divorato altre tre auto. Le auto della gente comune. Tre persone che da lunedì dovranno trovare un mezzo di locomozione alternativo per recarsi a lavoro, su violenta imposizione della camorra.

Poco dopo, un altro sussulto. 

Un altro boato. 

A pochi metri di distanza, in via Luca Pacioli, a ridosso delle cosiddette “case di Topolino”, un altro ordigno è esploso. 

È il quarto in quella zona nell’arco di 14 mesi. 

Autobomba a Ponticelli cronisti scalzi

Lì abita Francesco Clienti, detto Tatà, un camorrista dalla fama solida e temprata, suocero di uno dei fratelli De Martino, per giunta, che in più occasioni è finito nel mirino dei rivali.

Sangue innocente, fuoco, fiamme, bombe, spari. 

La camorra, a Ponticelli, non indietreggia e i civili appaiono assopiti dal male che li circonda. Incapaci di reagire e di ribellarsi. E questo fa più paura delle bombe e degli spari.

No, non è nu juorno buono.

CRONISTI SCALZI

Cronisti scalzi è una collana di libri dedicata alla memoria del giovane giornalista napoletano, Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra il 23 settembre del 1985.  

La collana ha l’ambizione di raccogliere le narrazioni dei giovani cronisti delle periferie e delle città, e di autorevoli voci del giornalismo d’inchiesta, impegnati a resistere allo strapotere delle mafie.

Un Po' più a Sud

Pietro Del Re,inviato degli Esteri di «Repubblica», presenta in questo volume quaranta fotografie a colori scattate negli ultimi dieci anni inAfrica. Sono immagini che raccontano le guerre, le carestie e le epidemie che funestano il continente Nero, ma anche i coraggiosi tentativi di rinascita e di sviluppo che testimoniano della straordinaria resilienza del popolo africano.

SALVO VITALE, INDAGINE SULL'ANTIMAFIA

Questa inchiesta è cominciata nel 2013, nella redazione della piccola emittente di Partinico Telejato. Tante storie di dolore, di prepotenze, di arroganze, di carriere e famiglie distrutte, di aziende fallite, di avvocati disonesti, di proprietari di case costretti a pagare l'affitto della loro abitazione, sino al momento dello sfratto.

L'ufficio Misure di Prevenzione di Palermo era considerato una sorta di fiore all'occhiello e il suo presidente, Silvana Saguto, uno dei personaggi più impegnati nel mondo dell'antimafia.

In realtà non era tutto oro e le vicende giudiziarie che ne sono seguite lo hanno confermato.

NAPOLINEGRA

La copertina di questo volume, bella e commovente, custodisce con delicatezza l'insieme di storie in esso contenute, che, grazie allo stile efficace e alla totale immedesimazione dell'autore, toccano la mente e il cuore di chi legge.

Sono venticinque storie di “dannati della terra”, migranti che, dopo aver affrontato i deserti africani, sofferto mesi o addirittura anni di prigionia in Libia, attraversato il Mediterraneo, visto i propri amici affondare, dopo aver combattuto diverse traversie e burocrazie, sono arrivati a Napoli, dove hanno sperimentato la grande accoglienza e insieme la spietatezza di alcuni dei suoi abitanti.